Crisi d’Impresa nelle PMI: come diagnosticarla

In questo articolo parleremo di quali sono i sintomi della crisi d’impresa nelle piccole e medie imprese (PMI). È di vitale importanza riuscire a riconoscere precocemente i sintomi della crisi, un intervento tempestivo può fare la differenza tra una efficace ristrutturazione e il fallimento.

Nei prossimi articoli vedremo quali elementi deve contenere un piano di rilancio e quali sono le modalità pratiche per ristrutturare un’azienda. Se invece volete approfondire come il controllo di gestione possa prevenire la crisi d’impresa cliccate qui.

I sintomi della crisi d’impresa

Di solito la crisi d’impresa comincia lentamente con dei sintomi che, se riconosciuti tempestivamente, permettono di intervenire prima che sia troppo tardi. Tutto nasce da problemi nella redditività aziendale, sono poche le crisi che nascono da tensioni finanziarie e di solito sono dovute ad eventi improvvisi ed inaspettati (per esempio: il default di un grosso cliente con conseguente mancato incasso del relativo credito).

Le crisi finanziarie sono molto pericolose, ma si possono risolvere se l’azienda è capitalizzata e crea valore economico. Si interviene con una ristrutturazione finanziaria che comprenda una pianificazione dei flussi di cassa di breve/medio periodo.

Le crisi che scaturiscono dalla scarsa redditività aziendale sono meno pericolose se i sintomi vengono riconosciuti e si interviene in tempo. Se invece si temporeggia, la crisi economica si trasformerà in una crisi finanziaria e sarà molto più difficile riuscire a rilanciare l’impresa.

Lo sviluppo di una crisi economica si articola in quattro fasi principali:

  1. Interventi sul bilancio: all’inizio della crisi si tende ad intervenire sul bilancio per chiuderlo in utile. Gli interventi canonici sono la capitalizzazione dei costi e la sopravvalutazione (o la mancata svalutazione) di poste attive (per esempio: rimanenze);
  2. Aumento dell’indebitamento: in questa fase la mancanza di liquidità generata dalle perdite gestionali viene coperta aumentando l’indebitamento;
  3. Difficoltà finanziarie: a questo punto l’impresa ha carenza di liquidità e le banche non la finanziano più perché già troppo indebitata. Si comincia a pagare in ritardo i fornitori e a non pagare più i debiti verso l’erario;
  4. Crisi conclamata: al peggiorare della situazione i fornitori cominciano da aumentare i prezzi, a volere il pagamento anticipato o a non rifornire più l’azienda. Diventa impossibile sostenere il peso dei debiti accumulati.
Processo di peggiormaneto della crisi d'impresa in una PMI
Il processo di peggioramento della crisi in una PMI

Un’impresa, senza interventi, dal comparire dei primi sintomi arriva in uno stato di crisi conclamata nel giro di qualche anno. Se invece i soci immettono capitale in azienda e lo sbilancio finanziario è compensato non pagando IVA e contributi, la situazione di crisi può protrarsi per più tempo.

Fare finta che la crisi d’impresa non esista

Alcuni interventi sul bilancio, come la capitalizzazione dei costi e l’aumento del magazzino, possono essere fisiologici per un’azienda in crescita (che investe molto e aumenta il magazzino a causa dell’aumento di fatturato) e patologici per un’azienda in crisi. Infatti, a volte servono a riportare il bilancio civilistico in utile quando la gestione caratteristica dell’impresa è in perdita.

È fondamentale capire che l’utile civilistico può essere molto diverso dal rendimento effettivo della gestione caratteristica. In situazioni di crisi capitalizzare dei costi, cioè toglierli dal conto economico e inserirli nello stato patrimoniale, serve a non far emergere una perdita a bilancio che potrebbe avere un impatto negativo (soprattutto per l’accesso al credito). Lo stesso vale per gli altri interventi sulle poste dell’attivo.

Questi interventi non risolvono il problema, lo spostano negli esercizi successivi. Non solo, le perdite future saranno maggiori perchè dovranno essere imputati i maggiori costi accumulati nell’attivo. Più costi si capitalizzano, più grave è il deficit finanziario creato. Esercizio dopo esercizio l’azienda assorbe sempre più liquidità, finché quella rimasta non sarà più sufficiente per pagare gli impegni correnti. Se alla chiusura di un esercizio bisogna ricorrere ad uno di questi due interventi per chiudere il bilancio in utile è fondamentale analizzare la situazione. Una volta individuate le cause della perdita gestionale si possono studiare gli interventi per aumentare la marginalità o per ridurre i costi.

Aumento dell’indebitamento

Chiudere il bilancio in utile grazie agli interventi sul bilancio di cui abbiamo parlato, permette all’azienda di ottenere credito dalle banche quando la liquidità comincia a scarseggiare. Fino a quando l’azienda soddisferà gli indici di bilancio e avrà un rating discreto continuerà ad avere accesso al credito. La carenza di liquidità verrà coperta aumentando l’indebitamento.

Aumentare l’indebitamento per sopperire alla mancanza di liquidità attiva un circolo vizioso. Il flusso di cassa negativo assorbirà la liquidità erogata dalle banche e verrà appesantito dalle nuove rate di rimborso. La situazione peggiora ulteriormente se ci si affida a debiti di breve termine, come i fidi di conto corrente. Nel caso la banca dovesse revocarli, l’azienda si troverà costretta a dover restituire in breve tempo somme consistenti.

Anche aziende sane devono essere molto caute ad indebitarsi per coprire sbilanci di liquidità. Devono essere situazioni temporanee, bisogna monitorare costantemente la redditività aziendale e il flusso di cassa per essere sicuri di riuscire a rientrare delle somme prese a prestito.

Difficoltà finanziarie

Quando il flusso finanziario negativo diventa troppo elevato, l’azienda per compensare comincia a pagare in ritardo i fornitori oppure a saltare i pagamenti di IVA e contributi. In questo modo è possibile continuare ad operare, ma significa ipotecare il futuro dell’azienda.

Alla lunga i fornitori noteranno lo stato di crisi dell’azienda e cominceranno a concedere sempre meno dilazioni di pagamento. I debiti verso l’erario non pagati invece, se all’inizio sembrano non avere conseguenze, prima o poi verranno richiesti con sanzioni ed interessi. Anche se rateizzati, se il flusso dell’azienda in crisi non sarà sufficiente a coprirli, significa essere destinati al fallimento.

Tamponare la mancanza di liquidità attraverso finanziamenti soci non è una soluzione. Se da un lato si garantisce sollievo all’impresa per qualche tempo, dall’altro è uno spreco di risorse personali perché la liquidità immessa verrà rapidamente assorbita dal flusso di cassa negativo. In una situazione di crisi è giusto ricapitalizzare l’impresa, ma ciò deve essere fatto a fronte di un piano che garantisca di riportare l’azienda al break-even economico e finanziario.

Crisi conclamata

La fase di crisi conclamata si ha quando l’impresa non riesce più a pagare tutti i propri impegni. La situazione è gravemente compromessa: le banche chiedono il rientro su fidi e finanziamenti, i fornitori non concedono più credito e cominciano ad arrivare le cartelle esattoriali. È molto probabile che venga presentata istanza di fallimento contro l’impresa, o che ci si avvii verso un’altra procedura concorsuale.

Arrivati in questa fase è molto difficile risollevare l’impresa, a meno che non si riescano ad ottenere importanti stralci dei debiti e ulteriori immissioni di liquidità in azienda.

Conclusioni

Abbiamo visto come a volte alcuni strumenti contabili vengano utilizzati per temporeggiare, quando invece un’analisi approfondita della marginalità e della profittabilità aziendale sarebbe necessaria. Individuare tempestivamente i sintomi della crisi d’impresa consente di agire subito e aumenta di molto le possibilità di risoluzione.

Attendere che la crisi si risolva da sola di solito porta al deterioramento dell’economicità aziendale, al sovraindebitamento e alla crisi finanziaria, fino al raggiungimento del punto di non ritorno. Anche nei casi in cui le situazioni di difficoltà sono dovute ad eventi straordinari e indipendenti dalla realtà aziendale, come la pandemia di COVID19, bisogna studiare la situazione e creare una strategia di rilancio.

Purtroppo il bilancio civilistico non è sufficiente per una corretta gestione aziendale, soprattutto in situazioni di crisi d’impresa. È necessario implementare un sistema di controllo di gestione che possa monitorare l’andamento della gestione aziendale e il raggiungimento degli obiettivi.


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Nel prossimo articolo parleremo di come strutturare un piano di rilancio e delle modalità pratiche per risolvere una crisi d’impresa, per non perdetelo seguici su LinkedIn o iscriviti alla nostra newsletter.

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